40 giorni in pellegrinaggio verso Pasqua

La quaresima in fondo è un viaggio, sono 40 giorni di viaggio, di cammino, di pellegrinaggio, verso la Pasqua. Il pellegrinaggio ha proprio questa configurazione: un cammino, preferibilmente a piedi, che ha chiara una meta. La meta illumina e da significato al cammino, ma il cammino, il viaggio, il percorso rivestono un’ importanza fondamentale. Per questo oggi non siamo più tanto bravi a fare pellegrinaggio né tanto meno a fare quaresima. I nostri viaggi sono facili, comodi anche i pellegrinaggi, a piedi ci andiamo poco, e anche i mezzi più spartani sono venuti meno a favore di aeroplani o bus extra lusso. Il pellegrinaggio è fatto di preparazione, attesa, avvicinamento, fatica. La quaresima è la nostra preparazione, la nostra attesa, l’avvicinamento, la fatica che ci porta a sperimentare la Pasqua!

Da nessun viaggio si torna come prima, se capita non è bello ma triste, il detto ‘naa in un sac e turnaa in un baül’ esprime bene questa idea.  Il pellegrinaggio in più è un viaggio speciale, con esso davvero non si può tornare uguali alla partenza.
Così è il viaggio-pellegrinaggio della quaresima: si arriva alla meta, la Pasqua, e si torna cambiati! Questo cambiamento si chiama conversione. Il rito delle ceneri con cui nel rito romano si inizia la quaresima il mercoledì che precede la prima domanica è un segno di penitenza ricco anche disperanza. Un segno antico di penitenza come per gli abitanti di Ninive che con la predicazione di Giona iniziano la penitenza vestendosi di sacco e cospargendosi il capo di cenere. Un segno di purificazione, con la cenere si lavavano i panni, si faceva la liscivia. Ma già anche un segno di risurrezione. La cenere è un fertilizzante prezioso, dalle ceneri di un incendio il terreno riceve una fertilità rinnovata. Il cammino della quaresima è accompagnato da tre azioni particolari: preghiera, digiuno, elemosina. Con l’elemosina i beni sono condivisi e ridistribuiti, viene ripristinata una giustizia, la preghiera si fa più intensa secondo i propositi di ciascuno, il digiuno è uno strumento di crescita e di riscoperta. Oggi fioriscono le proposte di digiuno dal telefonino, da internet dai social, dalla chiacchiera. Queste sono belle idee, belle promesse, ma non si tratta di digiuno ma di fioretti, di buoni propositi, impegni a diminuire qualcosa di negativo o neutro, quello che definiamo il superfluo.
Il digiuno vero è eliminare, sospendere qualcosa di buono, qualcosa di bell, per sperimentarne l’assenza, la mancanza la nostalgia. È l’assenza, la lontananza dello sposo (per usare le categorie di Gesù). I fioretti sarebbe bello se continuassero anche fuori della quaresima. Il digiuno è invece l’eccezione: non ci si priva per sempre del bello e del buono in sé, ma solo saltuariamente, ogni tanto, per riscoprirne proprio la bellezza. Non si tratta solo di cibo (che resta il settore tradizionale) può essere qualunque rinuncia, ma che sia a qualcosa di bello!  La nostalgia di questa rinuncia ci educa alla nostalgia di Cristo, alla nostalgia del Risorto e della vita con lui conforme al suo Vangelo, che desideriamo raggiungere.



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