"Ti spedisco in convento" - un VERO reality


L'educazione come format TV

Un reality sull'onda de "Il Collegio" o l'ultimo "La Caserma" con al centro dei giovani (qui delle giovani), con un obiettivo educativo. Attraverso la disciplina scolastica d'altri tempi, quella militare e ancora la regola religiosa si tratta quasi di rieducare. Un reality anche questo del convento che potrebbe subire la stessa sorte degli altri due e fare spettacolo le debolezze, le immaturità, le fragilità dei partecipanti cercando di mettere in luce positiva i metodi educativi di volta in volta al centro del format.

Farsi prossimi

Ma le suore di "Ti spedisco in convento" escono vincitrici già dalla prima puntata. Di fronte a ragazze sfrontate, arroganti, sempre sopra le righe, "scostumate" direbbe qualcuno, sicuramente con qualche tratto snob e addirittura volgare, le suore non perdono mai di vista il cuore del loro agire, non perdono mai la pazienza in punizioni, ramanzine, non alzano mai la voce e non perdono nemmeno il sorriso. Scelgono una via che non è quella dell'inflessibilità ma piuttosto quella dell'ascolto, del contatto, dell'abbraccio, evitano l'opposizione a favore della prossimità. Insistono sulle regole comuni della casa, e chiedono con serietà il loro rispetto, ma senza minacciare o punire. Non manca l'uso del rinforzo positivo e le azioni negative non restano senza conseguenze, ma non hanno il sapore della punizione e pian piano anche le ragazze ne fanno esperienza, si aprono e si confidano, chi con la superiora Monica, chi con la madre generale Daniela, chi con la più giovane Analia.

Umanità prima della religione

La scelta delle cinque partecipanti porta nel convento stili di vita molto sopra le righe, lo scopo non è certo quello di trasformarle in suore (anche se nella versione inglese del format, "Bad Habits, Holy Orders", si parla di una conversione vera e propria) ma piuttosto di aiutarle a vedere nella propria vita qualcosa di diverso, una ricerca di valori più veri e profondi della vita. Nelle interviste-commento alle varie protagoniste e che costellano il montaggio, Suor Monica e Suor Daniela, superiora del convento una e Madre Generale dell'Ordine l'altra, esplicitano spesso questo desiderio di accompagnare le ragazze alla scoperta di qualcosa di più profondo, più vero, di ri-orientare il loro desiderio di felicità verso qualcosa che la felicità la dona davvero.
Negli episodi nessuna della suore ha mai spinto nessuna delle ragazze a parlare della propria fede (presente o assente), solo dalla seconda puntata c'è l'insistenza sulla partecipazione alla preghiera e alla Messa secondo le regole della casa chiarite fin dal primo giorno con le ragazze. La vita quotidiana nel convento è scandita dai lavori domestici e dalla ricreazione che diventa lo spazio dove raccontare l'umanità delle ragazze ma anche delle suore. Ed è su questo aspetto che le suore hanno uno sguardo materno e anche affettuoso verso le ragazze, affinché la loro umanità a volte ferita, a volte nascosta, a volte timida possa trovare uno spazio di accoglienza, di profondità e di verità.
In un secondo tempo, a partire dal terzo episodio, scopriamo maggiormente la fede delle suore che però non diventa mai imposizione per le ragazze. In una scena in particolare, mentre le suore discutono dei comportamenti delle ragazze e delle azioni da intraprendere, suor Daniela afferma "e poi il resto lo affidiamo a Dio perché noi non siamo onnipotenti". Alle ragazze è poi dato modo di scoprire quella "Chiesa in uscita" tanto cara nel termine a Papa Francesco, ma sempre attraverso la mediazione delle suore che mostrano alle ragazze le attività della Caritas e l'incontro con persone che vivono la fede. Grazie a queste proposte le suore riescono a superare aggirandoli eventuali ostacoli e barriere culturali alla fede e alla Chiesa, senza mai spingere al proselitismo ma mettendosi in gioco e raccontando di sé. Sono poi le ragazze a compiere l'ultimo miglio e a comprendere che la fede è parte integrante e fondamentale dell'identità delle suore.

Il vero motore

E le cinque suore sono le vere garanti della verità del reality che non diventa mai show. Sembra che le suore abbiano chiesto e ottenuto di non girare mai una seconda volta le scene (cosa rara nello spettacolo TV moderno). Garanti affidabili, vere e belle perché reali protagoniste insieme alle ragazze.
Spesso i format televisivi usano la religione come una macchietta da inserire e utilizzare a proprio piacimento, come una scimmietta addestrata, in cui delle persone religiose, della Chiesa, di suore, frati, seminaristi o preti si può liberamente ridere, banalizzare, sminuire. Di essi al massimo si ascolta un'opinione affogata nel marasma delle altre, li si invita in trasmissione per riempire una poltrona e vantarsi del giocattolo. Scene di questo tipo si sono viste in cari reality, accade nei talk show, e non sono assenti nemmeno alle nostre latitudini.
"Ti spedisco in convento" sfugge a questa dinamica e riesce ad essere un reality in cui la religione e la fede appaiono serenamente come quella forza che dona una marcia in più, un motivo diverso per impegnarsi nell'ambito educativo, quella forza misteriosa che invece della vendetta e della punizione spinge all'amore e al dialogo. Una fede, quella delle suore, che diventa la vera protagonista e trasporta il reality dentro l'esperienza della Verità.



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