Venerdì santo: "rimettere in libertà l'amore"
| Gesù è posto nel sepolcro, chiesa di Santa Maria della Misericordia, Collegio Papio Ascona |
«Crocifiggilo!».
Quella di Gesù non è solo una condanna ingiusta: è, a tutti gli effetti, un processo mediatico, un processo sommario. C’è innanzitutto la 'vittima': arrestata senza alcuna tutela, esposta pubblicamente, travolta da grida e accuse. Quello che oggi farebbero titoli sensazionalistici e notizie rilanciate ovunque, attraverso i social, allora lo faceva la folla.
C’è poi il popolo, che si trasforma in giudice senza averne titolo: una massa che non conosce davvero i fatti, ma si lascia trascinare, grida, condanna. È la stessa dinamica che vediamo oggi nei social, nei talk show, nei tribunali improvvisati dell’opinione pubblica.
E infine c’è Pilato: l’uomo che intuisce la verità, riconosce l’innocenza… ma non regge la pressione. Esita, si piega, cede. Non per convinzione, ma per paura.
Questo meccanismo ci sembra lontano, più tipico di ordinamenti e culture, vicine, ma pur sempre esterne ai nostri confini statali. E sarà forse anche vero. Ma, se siamo onesti, funziona tutto così.
Noi funzioniamo così.
Non solo nei grandi eventi, ma soprattutto nelle piccole cose di ogni giorno.
Anche noi emettiamo sentenze rapide. Classifichiamo le persone: simpatiche o antipatiche, giuste o sbagliate, capaci o incompetenti.
E una volta che qualcuno è finito in uno di questi 'cassetti mentali',
tutto ciò che fa viene filtrato da quell’etichetta.
Se lo abbiamo deciso 'negativo',
ogni sua azione confermerà il nostro giudizio.
Se lo abbiamo deciso 'intoccabile',
non riusciremo mai a riconoscerne i limiti.
E spesso, in quella categoria privilegiata, mettiamo proprio noi stessi.
Intoccabili, sempre scusabili, con tutte le possibili attenuanti.
Così viviamo di processi sommari.
Senza prove. Senza appello. Senza verità.
«Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà».
Ma la libertà che conta non è quella che Pilato avrebbe potuto concedere. Gesù Cristo non l’ha cercata, e non l’ha ottenuta.
Eppure è rimasto l'unico veramente libero in questa storia.
Non è libero Pilato, non è libera la folla, non sono liberi Anna e Caifa,
non sono liberi i soldati, non sono liberi i discepoli che fuggono o rinnegano…
Non siamo liberi noi.
Gesù resta libero di essere sé stesso e cioé amore illimitato. Non limitato nemmeno dal rifiuto, nemmeno quando viene calpestato.
Nemmeno quando disprezzato, reietto, percosso, umiliato, schiacciato, maltrattato, condotto al macello, tolto di mezzo, eliminato…
secondo le parole che Isaia nel quarto canto del Servo del Signore
che abbiamo ascoltato nella prima lettura
e che i primi cristiani hanno scoperto essere
una chiave di lettura per comprendere l'abisso della croce.
Amore, unico, totalmente libero che non può essere diverso da sé stesso e non cambia a seconda di come viene trattato. Può essere respinto, calpestato, tradito… ma non smette di essere amore. Questa è la croce: non la sconfitta dell’amore, ma la sua prova più radicale.
Cerchiamo allora di fare quello che Pilato non è riuscito: rimettere in libertà l'amore. Quell'amore che è in noi perché seminato dalla buona notizia del Vangelo quell'amore che incateniamo in processi sommari quell'amore che già ci ha contagiato, che ancora può contagiarci quell'amore che in tre giorni libera tutti nella vita che proprio da esso non può che esplodere.


Commenti
Posta un commento
I commenti sono sottoposti a moderazione, prometto di essere il più tempestivo possibile nella loro pubblicazione.
;-)