Di pellegrinaggi...
Da una parte il silenzio dei sentieri, il ritmo lento dei passi, la fatica delle salite e il piccolo gruppo. Dall'altra un lungo treno, centinaia di persone, carrozzine, barelle, divise, foulard, orari, celebrazioni e una città intera che da più di un secolo accoglie pellegrini provenienti da ogni parte del mondo.
I pellegrini dal Ticino, più di 400 sono un gruppo troppo grande per conoscersi tutti, ma il viaggio in treno insiem permette almeno di vedere i volti che presso i Santuari diventeranno riconoscibili. Anche i nuovi pellegrini si orientano rapidamente in quei luoghi e nei riti: la Grotta, le processioni dei "flambaux" e quelle eucaristiche, le celebrazioni, l'acqua, le "voiture" (le carrozzine triciclo) che attraversano il santuario. Ognuno cerca qualcosa che gli parli. Se la grotta di Massabielle resta per tutti il punto focale in un modo o nell'altro, c'è poi chi cerca i gesti legati all'acqua ("andate a bere e lavarvi alla sorgente"), chi si impegna nel servizio, chi cerca il silenzio, chi i gesti della liturgia.
Nella mia storia personale il camminare è importante, e conservo nel
cuore, in modo diverso, tanti itinerari e due lunghi pellegrinaggi a 25
anni di distanza. Lourdes è numericamente molto più presente, ma solo ed
esclusivamente con il pellegrinaggio diocesano e quasi sempre in treno
(otto anni fa invece il primo con il bus). Lourdes è una parte della mia
storia,c i
vado da quando avevo tre anni al seguito dei miei genitori, foulard
bianchi, e con i nonni. in decine di anni e di pellegrinaggi ho imparato
a voler bene a tutte le persone del gruppo scout, ne ho visto mutare le
tradizioni, gli impegni, i servizi e anche invecchiare i suoi volti. Ho
conosciuto e condiviso l'esperienza anche con i volontari
dell'Ospitalità che si occupano soprattuto dei malati. Proprio loro sono
al centro dell'esperienza di Lourdes. Quest'anno però un'amica con cui
condivido il pellegrinaggo fin da bambino mi ha aiutato a chiedermi se
quello che noi definiamo «mettere al centro" non finisce poi per trasormarsi in un ghettizzare, separare, isolare. Con la sua
carrozzina, che definisce «positivamente ingombrante» come la sua
personalità, è stata per tutti una vera maestra di uno sguardo diverso
sulla sofferenza e sulla malattia. Ha messo a confronto con ironia i suoi «punti disabililtà» e i miei «punti clero»
e temo che abbia ragione a dirmi che, anche se non lo voglio, i miei
finiscono per aprire più porte mentre i suoi, pur rendendola
esageratamente simpatica, non smettono di relegarla in spazi che altri
hanno scelto per lei.
Ho iniziato a pensare, con altri amici, che
anche questa parte di Lourdes potrebbe cambiare, crescere,
attualizzarsi, senza perdere la sua storia ma scoprendo strade nuove.
Ed ecco allora ciò che accomuna in modo straordinario, per me, queste due esperienze: il tempo. Il pellegrinaggio è sempre un tempo diverso. Un tempo nel quale la vita viene sottoposta a un altro ritmo. Quando si cammina è il passo a dettare tutto: ci si accorge delle distanze, della fatica e delle salite. Si scopre che per arrivare da qualche parte bisogna mettere un passo dopo l'altro. Si parla, si tace, si prega. Anche il pellegrinaggio in treno possiede questo tempo particolare. Il viaggio in treno è un tempo «di mezzo», è «non ancora» e «non più» eppure «già» e «ancora» pellegrinaggio. All'andata si è non ancora arrivati, ma si è già pellegrini e al ritorno si è non più a Lourdes, ma il pellegrinaggio è ancora in corso. Il treno diventa così uno spazio sospeso tra la quotidianità che si lascia e quella alla quale si dovrà tornare, una soglia che permette di vedere e di lasciare accadere ancora molto.


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