Covare perdono - XXIV Domenica (A)

Legarsela al dito, Tenere il muso, Avere il dente avvelenato, Mangiarsi il fegato, Vedere rosso, Farsi venire il sangue amaro, Covare rancore,...
Sono molteplici e variegate le espressioni in italiano per parlare del rancore. Quella che trovo più espressiva è 'covare rancore'. Mi sembra descriva al meglio l'essenza stessa del rancore. Esso è una rabbia trattenuta, protetta, nutrita, fatta crescere, 'covata' appunto. Di per sé la definizione di Rancore è "forte avversione che dura nel tempo, nata da un torto subito e che spesso resta nascosta". Anche la sua etimologia ci restituisce una forza espressiva: rancor -ōris deriva da rancere che porta al nostro 'rancid, qualcosa che va a male, che inacidisce, marcisce dentro, un'amarezza logorante.
Lo racconta molto bene con parole dure e severe l'autore del libro del Siracide (Sir 27,33–28,9). 

Rancore e ira sono cose orribili, [...] 
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,  
come può chiedere la guarigione al Signore? [...]
Ricòrdati della fine e smetti di odiare.

Questi concetti sono ripetuti 3-4 volte con parole differenti ma sempre simili. Come si fa a provare rancore, odio, ira verso qualcuno e pretendere invece il perdono di Dio? È un linguaggio antico ma che ci dice qualcosa di contemporaneo! Odio, rancore, vendetta non feriscono praticamente mai il loro oggetto, la persona verso cui il nostro rancore è diretto, la causa probabilmente dello stesso. In molti casi la persona nemmeno è conoscenza del nostro rancore, nemmeno se ne accorge, o quanto meno gli può essere del tutto indifferente. L'odio e il rancore fanno molto più male a chi li vive e li alimenta, a chi li cova appunto. Il cuore irrancidisce, la persona inacidisce. Odio e rancore richiedono una quantità smisurata di energie, le rubano a tutto il resto, contagiano tutto il resto e sono sempre e comunque totalmente inutili, ci rendono prigionieri del male ricevuto. 
Pietro intuisce tutto questo, ha capito ormai seguendo il maestro da parecchi mesi che il tema del perdono è importante, che serve a sanare le relazioni, a permettere di risparmiare energie sprecate, che è l'unico modo per ripartire altrimenti si resta prigionieri di un ciclo di vendette.
Ma pensa anche che comunque debba esserci un limite, che non si può concedere proprio tutto, che a un certo punto la misura è colma davvero, per tutti. Desidera l'approvazione del Maestro su un limite ragionevole.
In fondo è lo stesso Gesù che ha insegnato che quando correggiamo un fratello può anche arrivare il momento, se lui rifiuta la correzione, di considerarlo fuori dalla comunità, come un pagano e un pubblicano (Mt 18,15-20). Ecco allora la domanda sui confini del perdono: «fino a sette volte» E la risposta di Gesù non solo sposta avanti i confini e i limiti, ma addirittura li sbaraglia, «settanta volte sette» non è solo l'esagerazione è proprio l'assoluto: sette è la completezza (creazione), settanta è il sette con l'aggravante delle decina, che esagera. Vi Anche un probabile riferimento a una specie di contrappasso con un riferimento alla Genesi su Caino vendicato sette volte e lamech settantasette. Dalla Vendetta spropositatata del mondo antico al perdono spropositato annunciato da Gesù. Perdonare settanta volte sette è perdonare sempre. 
La cura all'acidità alimentata dal rancore è il perdono. 
Entrambi nascono da una memoria, ma solo una di esse è evangelica. Il rancore è la memoria esasperata del torto subito mentre il perdono può nascere solo dalla memoria dell'amore ricevuto. Questo è il senso della parabola dei due servi. Sta a noi scegliere quale memoria vogliamo coltivare e nutrire. 
Se le nostre espressioni parlano di covare rancore, potremmo allora forse invece coniare l'espressione: «Covare Perdono»

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