SANTI E BEATI.... secondo il Vangelo!

Quanti sono i santi?


Nelle litanie: qualche decina; nel calendario qualche centinaio; nella Bibliotheca Sanctorum, un'enciclopedia di 17 volumi, sono più di 20.000; nel Martirologio Romano, che è l'elenco ufficiale dei santi e beati venerati dalla Chiesa, sono 9900.
Ma Giovanni nell'Apocalisse, nel brano letto oggi nella liturgia cattolica, ci parla di «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza popolo e lingua».
I santi, nel cattolicesimo odierno, sono dichiarati tali dalla Chiesa. Non è la Chiesa che «fa» santi, essa dichiara pubblicamente e solennemente «santo» chi ha vissuto il Vangelo in modo speciale, in modo più evidente, più radicale.


Per essere dichiarati santi dalla Chiesa c'è una procedura speciale che, tra le altre cose, prevede la costatazione di un miracolo. Ma per essere santi non serve tutto questo. Per essere santi le istruzioni le ritroviamo nel Vangelo di oggi: l'inizio del «Discorso della Montagna», le Beatitudini!
A prima vista esse sono solo il discorso di un folle... e tale deve essere sembrato Gesù ai suoi ascoltatori 2000 anni fa...
Il tempo è cambiato e anche la società, ma allora come oggi, nella mentalità comune, «beato» è il ricco, il potente, l'onorato; vale chi ha, può e conta.
Ma per Gesù è «beato» il povero, l'umile, il disprezzato. Vale chi non ha, non può e non conta.
Come si può proclamare beati, felici, fortunati quanti sono poveri, quanti piangono, gli affamati, i perseguitati?
Eppure queste beatitudini escono dalla bocca di Gesù.
O abbiamo ragione noi, o ha ragione Lui.

Per capire queste beatitudini ci serve un dizionario. Non è il dizionario latino-italiano oppure greco-italiano o ancora quello dal cinese. È il dizionario della croce! CROCE che è il risultato di una vita spesa per amore, di un amore vissuto fino alla fine! Capace di trasformare uno strumento di morte, in un trono di gloria. Gesù ha rivelato con tutta la sua vita che la felicità non è esterna ma viene da comportamenti interiori.
Essi sono espressi proprio nelle beatitudini.
Essere poveri in spirito è la condizione di chi è libero di accettare la propria realtà, libero di essere autentico e indipendente dalle influenze, anche materiali.
Essere capaci di piangere significa avere un cuore vivo, capace di emozioni e conscio di essere povero e nulla, un granello di polvere, eppure amato.
Essere miti significa lottare (sembra un paradosso) per rinunciare a ogni forma di violenza.
Fame e sete di giustizia sono il desiderio di regolare i nostri rapporti con gli altri, non sulla base di noi stessi ma sull'agire di Dio, sulla sua volontà.
Essere puri di cuore significa vedere gli altri con gli occhi di Dio.
Essere operatori di pace significa dimenticare il male fattoci così come Dio cancella i nostri peccati.
Essere perseguitati e calunniati ci inserisce nella storia dei grandi testimoni.
Ecco la lingua della croce. Quella parlata da Gesù, quella parlata dai santi che la Chiesa ha riconosciuto, quella parlata anche dei nostri santi che mai nessuno riconoscerà pubblicamente o solennemente come tali.
Dove si impara questa lingua?
Per me solo alla scuola della Parola e dell'Eucaristia!

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