Sedotti da Cristo
XXII Domenica del tempo ordinario, anno A

Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27


Seduzione. Comunemente intendiamo quel processo con cui una persona induce deliberatamente un'altra a intraprendere una relazione, solitamente di natura sentimentale. Significa letteralmente "portare a sé". C’è da parte di uno degli attori del processo una parte dinamica, un agire attivamente per ottenere qualcosa. E noi ci lasciamo abitualmente sedurre da ciò che appare bello, dalle cose che stuzzicano la curiosità, il desiderio. Geremia, nel brano proposto per questa domenica, utilizza direttamente questa categoria per parlare del suo rapporto con Dio, ma anche Pietro nel suo slancio in difesa del maestro, lascia intuire di aver subito un processo molto simile. Quando si racconta, Geremia è disperato, deluso, si sente abbandonato, in qualche modo truffato. La sua scelta di fede, la sua coerenza alla volontà di Dio vengono ripagate con l’incomprensione e la derisione di tutti. Questa esperienza lo porta ad accusare Dio di averlo in qualche modo ingannato, di averlo «sedotto», di avergli mostrato la bellezza della sua volontà, nascondendogli però le conseguenze meno piacevoli: lo scherno e le beffe del popolo e la conseguente vergogna.


Pietro sembra aver vissuto qualcosa di simile. I miracoli che Gesù aveva compiuto lo hanno spinto in una specie di eccitazione, di delirio di potenza. La condivisione dei pochi pani e pesci che sono così bastati per più di cinquemila persone, il vento contrario sul lago calmato da Gesù, la ‘passeggiata’ sulle acque alla quale Pietro stesso ha partecipato. Pietro è affascinato e sedotto da questa potenza di Gesù, non può comprendere le sue parole che parlano di sofferenza, arresto, uccisione. Il tema della risurrezione poi è ancora troppo lontano, incompreso. Pietro non riconosce in quelle parole il Messia che lo aveva sedotto e del quale gli è stata rivelata l’identità: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Qui entra in gioco il secondo attore del processo di seduzione. Se il primo agisce per attirare, il secondo si lascia attrarre e sedurre. E non è raro cadere nell’errore, interpretare male, comprendere nel modo sbagliato la bellezza mostrata dal seduttore. «Mi sono lasciato sedurre» scrive Geremia, «mi hai fatto violenza e hai prevalso». Sembra assurdo poter pensare queste accuse rivolte dal profeta a Dio, ma sono esperienza comune: quando ciò che ci ha sedotto rivela altre sue parti, meno belle ai nostri occhi, la prima tentazione è di scaricare la responsabilità sul seduttore, in questo caso Dio stesso. Ci casca anche Pietro, pronto a correggere Colui che lui stesso ha da poco riconosciuto come Messia, come Figlio di Dio. «Dio non voglia» dice Pietro in disparte a Gesù. «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!», urla Geremia. Sostituzione o ribellione alla volontà di Dio sono il frutto della disillusione davanti al fallimento di ciò che per noi era stato seducente. Niente paura, gli stessi personaggi caduti, ci mostrano anche come rialzarsi, la via di uscita. Pietro ha bisogno di un richiamo. Gesù gli indica il suo posto: dietro a Lui, non davanti, alla sequela, non a sostituirsi. È severo Gesù con Pietro, lo chiama ‘divisore’. È severa a volte la vita con noi, ci ridimensiona, ci rimette al nostro posto ed è lì che come Geremia scopriamo nel nostro cuore come un fuoco ardente, trattenuto nelle ossa, ci sforziamo di contenerlo, ma non possiamo. Al di là di ogni delusione, di ogni fatica scopriamo un legame più forte con il Cristo che anche attraverso di esse ci trasforma «per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto». Non lasciamoci sedurre dalle nostre false immagini di Dio ma lasciamo crescere in noi quel fuoco che il suo volto e la sua volontà accendono in noi.


Il testo di questo commento al Vangelo è stato pubblicato sul GdP di sabato 2 settembre 2017


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