Felici di lavorare nella vigna
XXV Domenica del tempo ordinario, anno A

Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16


La vendemmia sul nostro territorio è praticamente ormai già finita. Molti di noi hanno partecipato sui pochi filari personali, sulla vigna artigianale di qualche amico o alle grandi raccolte dei produttori importanti. Questo ci aiuta ad immedesimarci nella parabola di oggi. Il padrone ha bisogno, ma sembra un po’ disorganizzato. Non si è procurato in anticipo la mano d’opera, improvvisa. Esce e cerca i primi che trova, propone un lavoro a chi incontra, senza badare a curricula, referenze o altro. E ripete questa operazione più volte al giorno non curante delle ore che passano e del lavoro che sta finendo.
Che bella immagine di Dio! Non bloccato in programmi, piani o progettazioni, non incastrato nemmeno dalle proprie scelte. Che differenza con chi crede in un ‘destino’ ineluttabile che ci trascina dove vuole. Dio che esce da sé (l’incarnazione) e chiama chiunque incontra, unica condizione: accettare, accogliere la proposta.

Nella parabola possiamo identificarci con molti dei personaggi o delle categorie, purtroppo a maggioranza poco positivi. Cirillo d’Alessandria propone la lettura del giorno come la scansione temporale della storia della salvezza. Identifica gli operai chiamati all’alba con Adamo, Noé è situato alle nove del mattino insieme ai suoi discendenti, Abramo con tutti i circoncisi a mezzogiorno e alle cinque i giusti prima dell’avvento di Cristo. Nel testo della parabola questi ultimi sono avvicinati dal padrone in modo diverso dagli altri, vi è un rimprovero «perché ve ne state lì oziosi?» la risposta non disarma il padrone ma dovrebbe richiamare noi. «Nessuno ci ha presi a giornata». Cirillo d’Alessandria accusa la predicazione antica riservata solo al popolo di Israele e non aperta ai gentili. Noi dovremmo sentirci altrettanto rimproverati. Proviamo a identificarci con quel ‘nessuno ci ha presi’ dove siamo parte di quel ‘nessuno’. Bloccati a volte nei nostri progetti e incapaci di entrare in contatto con gli altri per annunciare il Vangelo, mostrare Cristo, invitare ad entrare nella vigna.
Questo dimenticarci di annunciare purtroppo deriva da un sentimento ancora peggiore che pure è il più leggibile nella parabola. Dobbiamo immedesimarci tra quelli chiamati all’alba. Ci viene spontaneo, la maggior parte di noi è battezzato fin da piccolo, ha frequentato riti, sacramenti e catechesi con maggiore o minore regolarità ma si sforza di dimostrare di essere in quella vigna a lavorare per davvero. Sogniamo quel ‘denaro’ promesso dal padrone. Ma assistiamo anche alla premiazione di chi, secondo noi, non ha gli stessi nostri meriti. Guardando agli altri quei primi sperano «riceveremo di più», ma pensano «loro dovrebbero meritare di meno». La nostra empatia è sottomessa ad un senso di giustizia personalizzato.
Lavorare nella vigna non ci rende felici come dovrebbe. Il problema forse più grave nel nostro vivere la fede è non ritenerla una cosa bella qui ed ora ma solo, forse in un futuro promesso (quel denaro assicurato come salario). Se la giornata nella vigna, la vita di fede quotidiana in questo mondo è ritenuta peso e caldo da sopportare, è naturale l’insorgere dell’invidia e della gelosia per chi riceve tutto senza, a nostro parere, meritarlo. Se la fede è un peso, una tassa mal sopportata in attesa di un futuro sperato, allora resteremo sempre invidiosi di chi ha vissuto ‘godendo’ per poi convertirsi. Allora non saremo mai capaci di annunciare il Vangelo e chiamare altri a lavorare nella vigna.
Due identificazioni negative nella parabola. Sono necessarie? Sono le uniche possibili? Se Gesù ce ne parla è proprio per liberarcene. Se accogliamo il Regno come qualcosa di bello possiamo essere più simili al padrone della vigna: il suo essere buono non sarà più fonte di invidia, chiusura ed egoismo, ma ci spalancherà le porte della gioia per ogni fratello e sorella chiamati.

Il testo di questo commento al Vangelo è stato pubblicato sul GdP di sabato 23 settembre 2017

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