Il presepe di don Camillo e Peppone
Natale 2017

Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14





«Questo è il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone…. e questo Peppone» disse don Camillo toccando per ultimo il somarello. «E questo è don Camillo!» prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo. «Bah! Fra bestie ci si comprende sempre»
Una scena divertente, leggera, posta nel racconto di Guareschi al termine di un momento estremamente drammatico, molto più che nel film: vi era stata una sparatoria, don Camillo tra gli obiettivi o almeno la sua chiesa,
Peppone nel terrore di stragi in paese sotto la pressione dei suo rossi. Si reca da don Camillo che nella speranza di fargli infrangere il segreto confessionale e scoprire l’autore della mitragliata.
Tutta la scena si risolve con queste parole su questo strano presepe:
un bambino, il figlio di peppone, la statuetta del Gesù bambino; una donna la moglie di Peppone, la madonna del presepe; e due «bestie», Peppone asino e don Camillo bue. Invocati ovviamente nelle caratteristiche di ignoranza e testardaggine. Accuse nemmeno troppo velate che don Camillo e Peppone si scambiano con una certa cordialità.
Peppone si reca da don Camillo pieno di preoccupazione, agitato, arrabbiato, quasi pronto a venire alle mani con don Camillo, per convincerlo a parlare, per costringerlo a contribuire alla soluzione del casino. Peppone se ne andrà rasserenato e con un certo sorriso.
Il cambiamento avviene davanti a quel presepe, davanti a quelle statuette di cui don Camillo si sta prendendo cura.
Il cambiamento avviene perché don Camillo inserisce Peppone con la sua famiglia in quel presepe, lo rende in qualche modo oggetto di quella cura che dedicava alle statue e nella stessa cura lo coinvolge.
Peppone viene quasi costretto a mettere mano anche lui alle statuine viene costretto a prendere in mano un pennello e contribuire, incappando anche nell’errore di dipingere i baffi alla Madonna e subire un rimbrotto da don Camillo.

Noi possiamo essere qualunque dei personaggi di tutta questa scena, viventi o in forma di statue.
In un modo o nell’altro però iniziamo tutti dall’essere almeno un po’ Peppone. Noi siamo Peppone.
Preoccupati, angosciati, sotto pressione, incastrati in abitudini, schiacciati dal peccato, dai sensi di colpa, dall’inadeguatezza di un ruolo, dalle responsabilità. Se siamo qui stasera però è perché sappiamo recarci alla luce del sole o di notte nascosti dal nostro don Camillo, che non è nessuno tra noi preti ma è piuttosto lo spazio della nostra chiesa, il desiderio di un seme di fede, di Vangelo, di spiritualità. Con questo desiderio a volte combattiamo, ci scontriamo, litighiamo, urliamo, ci arrabbiamo. Come Peppone con don Camillo.
Ma c’è un presepe. Che ci guarda. Lo abbiamo ascoltato nella versione originalissima, nella verità del Vangelo. C’è qualcuno che si prende cura di quel presepe, che ne restaura le statuine. Sono tante le persone che con un piccolo pennello, quotidianamente conservano, ripetono e trasmettono la memoria della nostra fede. Che si concentra in quel bambino e nella sua storia. Possiamo trovare anche tanti don Camillo che ci accompagnano in qualche strano modo (l’ironia del Guareschi-don Camillo è solo uno dei tanti), dentro quel presepe. Mette la nostra storia a contatto con quella storia.
E la nostra storia ne esce salvata, amata. Perché una volta dentro quel presepe ci saranno sempre dei don Camillo e Peppone che si occuperanno del nostro restauro (anche dipingendoci i baffi qualche volta), fossimo noi Maria, Giuseppe o una delle bestie come i nostri due protagonisti. La nostra vita trova serenità, ristoro, forza per andare avanti solo a contatto con quel bambino, solo inseriti in quel presepe. Lo canta mirabilmente il profeta Isaia: Luce, gioia, letizia, esultanza, sono il frutto dell’incontro con un bambino che «è nato per noi», di un figlio «che ci è stato dato».
Oggi non ci può essere altro invito che quello di entrare nel presepe, di farne parte con tutta la nostra storia, anche come «bestie», asino o bue, o altre ancora. Una volta lì potremo scoprire la cura e l’amore che riceviamo da Dio. E, perché no, scoprire di poter essere noi stessi strumenti con cui Dio può prendersi e si prende cura degli altri, li invita a diventare parte del presepe, li accoglie in qualunque momento e con qualunque bisogno.
Don Camilli o Pepponi, asini o buoi, l’augurio è uno solo: diventiamo presepe per il mondo.






Nell'immagine jpeg o nel documento pdf trovate la scansione del racconto originale di Guareschi:







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