Gesù non può essere 'di proprietà'...

Esistono delle cose che definiamo con i possessivi: mie, tue, sue; su di esse esercitiamo un possesso, accampiamo una proprietà. La mia casa, la mia automobile, la mia bicicletta, il mio computer, il mio telefonino... Siamo abituati a gestire la nostra vita, il nostro mondo, il nostro quotidiano distinguendo le cose in base a chi appartengono: mio tuo, suo, nostro, vostro, loro; del lavoro, di casa, dello stato, della società.Lo facciamo anche con le esperienze, le sensazioni, 'la mia esperienza', le mie capacità...
Durante l'avvento, all'oratorio (mi verrebbe da dire al 'mio' oratorio…), mentre preparavamo con i bambini il presepe per la collegiata, ho raccontato una storia di un libro di qualche anno fa, legata al Natale, al presepe e a Maria, Giuseppe e Gesù, si intitola "La pancia di Maria". In breve la storia racconta di un vecchio, un po' arcigno, che ospita la sacra famiglia, salvandoli dal freddo e dalla fatica ma chiedendo in cambio il bambino che Maria aspetta. La coppia accetta, pensando che il vecchio nel frattempo abbandonerà i suoi propositi. Ma ciò non avviene e il vecchio continua a volere per sé il bambino e trattiene per giorni e settimane Maria e Giuseppe in attesa del parto... che però non avviene! Gesù non nasce. Non nasce.
Non nasce, facendo preoccupare assai i genitori ed esasperando il vecchio che alla fine li caccia di casa. È solo a questo punto della storia che Gesù nasce, semplice, inatteso, lontano dal vecchio egoista, lontano dalla sua smania di possederlo.
Ecco questa è la vera esperienza di fede: Gesù nasce solo se completamente libero di essere fedele al progetto di Dio, al suo progetto. Gesù NON nasce fintanto che pensiamo di poterlo possedere, di avere tutto per noi, di gestirlo, di manipolarlo. Gesù non si può possedere, non è mio, tuo, suo; è al massimo 'nostro' se con nostro intendiamo di tutti, così come lo preghiamo, nel Padre, con le stesse parole che Gesù da adulto di ci insegna per la preghiera. Non può essere posseduto da nessuno, Gesù, non può essere afferrato, non può essere trattenuto, non può essere ridotto alle nostre idee, al nostro pensiero alle nostre attese. Nelle letture della Messa della Vigilia si ascolta Isaia che racconta il sogno dei profeti di una giustizia che sorge come aurora, di una terra non più abbandonata; si ascolta Paolo che racconta di Gesù come inserito perfettamente nella promessa del Dio dei padri; l'evangelista Matteo ritiene importante precisare come Gesù sia parte della stirpe di Davide, ma anche della discendenza di Abramo con la lunga serie di nomi della sua strana genealogia. Ma fin qui anche questi grandi, grandissimi continuano ad essere nella stessa logica del vecchietto egoista della storia. Anche i grandi della fede sono caduti nell'errore di pensare di possedere il Messia, di possedere Dio.
È la storia di Giuseppe, raccontata subito dopo nel Vangelo di Matteo, che ci mostra come invece tutto debba essere ACCOLTO in modo diverso, inatteso, non posseduto. Giuseppe che accetta di mettere da parte i suoi progetti sulla sua storia, sulla sua vita, sul suo matrimonio, su sua moglie per accogliere un dono di Dio che non sarà e non potrà mai essere suo, di sua proprietà. salverà l'intero popolo, sarà il Dio con noi. Giuseppe comprende e accoglie tutto questo,perciò può dare il nome al bambino,"tu lo chiamerai Gesù", dice l'angelo, "egli lo chiamò Gesù" è ciò che fa Giuseppe. Dare il nome nel mondo antico, è esercitare potere sull'identità. Solo Giuseppe lo può fare perché è libero da questa manipolazione. Giuseppe non comparirà nella storia dei Vangeli che solo un'altra volta con Gesù giovanissimo adulto al tempio di Gerusalemme. Sa farsi da parte, sa lasciare la totale libertà a Gesù, non lo ritiene un suo possesso, qualcosa di suo o di esclusivo.
I pastori del racconto di Luca che leggiamo alla Messa della notte e dell'aurora ci insegnano la stessa esperienza di Giuseppe: ricevono un annuncio inatteso, insperato, ci mostrano come tutto debba essere ACCOLTO come grazia e non posseduto. È genuino il loro timore davanti alla manifestazione della Gloria attraverso la luce che li avvolge, ascoltando l'angelo che parla loro. Ma proprio quel timore ad accostarsi al mistero li preserva dal volersene impossessare. Sperimentano il desiderio di vedere ciò che è stato loro annunciato, raccontano a Maria e Giuseppe la loro esperienza, si prostrano davanti a un mistero che sanno di non poter possedere. Si stupiscono e stupiscono tutti per la semplicità di un racconto che è privo dell'egoismo e dell'arrivismo che sarà invece di Erode nell'incontro con i Magi e nel desiderio di possedere il Messia, addirittura per annientarlo. Ma a lui non resterà nulla perché nella storia del Vangelo chiunque ha provato a impossessarsi di Gesù, della sua Parola, del suo messaggio è rimasto con il nulla in mano. Erode, i Farisei, il sinedrio, Pilato, la folla. Persino gli apostoli hanno dovuto cambiare e convertirsi: Pietro rimesso al suo posto, gli altri che fuggono. Finanche la stessa madre Maria ha dovuto lasciarlo andare alle parole di Lui "mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola e la mettono in pratica", e ancora sotto la croce, nel suo definitivo atto di donazione totale.
Nessuna delle nostre attese, nessun nostro desiderio, può essere completo e definitivo su Gesù e sula salvezza. Ogni suo intervento è una sorpresa. Gesù non nasce nelle nostre vite se noi pensiamo di ridurlo e rinchiuderlo nelle nostre idee, attese o speranze. Gesù nasce solo se siamo capaci di accogliere la sua totale libertà, la sua sorpresa, la sua rivoluzione per la nostra vita. Gesù nasce solo se siamo disposti a cambiare noi per accogliere Lui.


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