La fede passa per i piedi… 5/6 - La meta
Finalmente una nottata fresca. I 1105 metri di altitudine fanno la differenza e anche i primi passi della giornata beneficiano di un’aria piacevolmente frizzante. Oggi cammineremo per più della metà del tempo lontani da ogni contatto con il mondo civile: solo sentieri, nessun incrocio con strade e nessuna possibilità di essere raggiunti attraverso vie asfaltate. Organizziamo quindi con cura viveri e acqua; lo zaino è il più pesante di questi giorni.
In poco più di due ore raggiungiamo l’ultimo punto di contatto con la vita “normale”, attraversando un paese che sulla cartina sembrava minuscolo e che invece, in occasione della sagra paesana, è letteralmente invaso da campeggiatori. Migliaia di persone sono confluite qui per la festa: una folla ancora dormiente che non disturba il nostro immergerci nel silenzio.
Concludiamo la principale discesa della giornata e ci prepariamo alla prima vera salita, un sentiero che si inoltra nel bosco attraversando panorami che, per colori e vegetazione, ci sembrano sorprendentemente familiari.
Sono in testa al gruppo e sento nelle gambe un “turbo” inaspettato. Il passo si fa leggero e, in qualche modo, quell’energia contagia tutti: raggiungiamo il primo colle con largo anticipo rispetto ai tempi previsti. È l’energia della meta. Quella forza particolare che nasce quando il traguardo non è più un’idea lontana, ma una presenza che si lascia intuire. È la stessa spinta che accompagna l’ultima tappa di ogni pellegrinaggio: non la smania di finire, ma il desiderio di giungere. E tra il voler finire e il desiderare di arrivare c’è tutta la differenza del mondo.
La salita nel bosco ci porta sulla vetta del Poggio tre vescovi. Anche questo toponimo mi parla. Tre vescovi come i tre vescovi che ho avuto finora da prete. Grampa, Lazzeri, de Raemy. Uno mi ha ordinato e affidato le parrocchie di Morbio inferiore, Vacallo e del comune di a Breggia come vicario interparrocchiale, il secondo mi ha chiamato come vicario a Balerna per dieci anni, l’ultimo mi ha chiesto di diventare parroco a Losone. Mi sento di dire di aver voluto bene a ciascuno nel loro servizio e in vari modi di voler loro bene nel presente avendo sempre dato la mia piena disponibilità al servizio della diocesi nei ministeri richiesti. Penso a tutti loro da questo Poggio, li ricordo nella preghiera.
Da qui in poi piccole discese e salite si susseguono senza tregua, avvicinandoci sempre di più a La Verna. I dolori ai piedi e alle gambe cominciano a farsi sentire, ma più da fermi che in cammino; e forse è proprio per questo che arriviamo sulla soglia del santuario più in fretta di quanto avessimo immaginato. Il passo, pur stanco, resta deciso, come se la meta sapesse farsi incontro a chi la cerca.
All’ingresso del recinto tentiamo di intonare canti di gioia smorzati però dai cartelli che richiedono silenzio e raccoglimento. In fondo il raggiungimento della meta non necessita di fondali e quinte gloriose, contiene già in sé una gioia intima e sincera.
Ora timbro, testimonium, camerata e doccia. Questa richiede molto più tempo del previsto, è una sola per tutti a turno. Poi s. Messa nella cappella delle stigmate.
Lo splendore dei cieli rifulse, una nuova stella apparve. santo Francesco risplendette: a lui apparvero un Serafino, imprimendogli le ferite nelle mani, nei piedi e nel costato, mentre desiderava portare nella forma della Croce con il cuore, con la parola e con le opere.
Dopo cena è il momento dell’ultima meditazione che è fortemente domenicale: dalle umiliazioni meritate o immeritate e Dio Padre che riconosciamo come buono che ci porta alla scoperta della gloria, riconoscere cioè noi come espressione del suo amore.
Non è finito qui però il Pellegrinaggio. Parte essenziale ne è il ritorno. Anche questo diario avrà un’ultima puntata (la numero 6), forse domani, forse tra qualche giorno…











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